I Grandi Campioni

patrizio

Utente
DELa pista. Alla banlieue di Parigi, sul plateau de Gravelle, i francesi hanno tracciato una pista, dal fondo instabile, un sabbione bitumoso, che con il tempo buono sfuggiva sotto gli zoccoli dei cavalli e con il tempo cattivo ne invischiava l’azione: un’ellisse, Vincennes, che comprende una vertiginosa discesa e una salita di oltre un chilometro, che termina a 50 metri dal traguardo. Il fondo della pista, va subito detto, è stato migliorato ma le ondulazioni all’insù e all’ingiù sono rimaste. Questa pista ha creato una razza: ha trasformato i carrozzieri normanni in guerrieri, capaci di vincere il confronto con gli standardbred americani. | Mario Fossati, la Repubblica 27 gennaio 1989


Uranie
La velocità della luce. Uranie è stata la prima stella nella storia del trotto. Questa cavalla fu affidata all’italiano Valentino Capovilla e fu una prospettiva terrificante per tutti i suoi concorrenti sulla pista di cenere di Vincennes negli anni ’20. Le sue vittorie senza sforzo causavano così tanto scoraggiamento tra gli avversari che gli organizzatori del Grand Prix d’Amérique hanno deciso che dovesse avere un handicap minimo di 50 metri. Fu la vincitrice nel 1926, 1927 e 1928 e dopo ancora allineata alla partenza per altri due anni. Era un vero idolo che correva alla velocità della luce e l’ammirazione provata per lei dal pubblico non conosceva limiti. | sito ufficiale Grand Prix d’Amérique


Gélinotte
Nervosa e capricciosa. Gélinotte fu la prima superba campionessa a emergere dopo la guerra. Il suo proprietario, la signora Karle, affidò questa cavalla nervosa e capricciosa a un talentuoso istruttore e maestro di trotto, il grande Charley Mills. … Riuscì a distinguersi dalla folla anche come fattrice, con suo figlio Ura, padre di Lurabo (vincitore del Grand Prix d’Amérique 1984) e nonno di Ourasi, il campione più popolare di tutti i tempi.


Roquepine
Nata di notte. Anche quelli che avevano perso finivano per ammirare questa cavalla robusta e molto “francese”, che quando era ferma o camminava non era niente di straordinario, ma nello sforzo diventava bella, era armonica e flessuosa. Se ne va la cavalla Roquepine dopo avere fatto guadagnare al suo proprietario Levesque oltre 600 milioni. Pochi mesi fa, allevatori americani hanno offerto per lei quasi un miliardo, la stessa cifra con cui era stato ceduto il favoloso Ribot. Ma Levesque ha rifiutato perché calcola di guadagnare ancora parecchio denaro con i figli che nasceranno. Dopo quattro anni di trionfi Roquepine lascia le gare e torna ai pascoli della Normandia, dove è nata in una notte di primavera (i puledri nascono quasi sempre di primavera, e durante la notte, come se le madri volessero avvolgere l’avverarsi della maternità di silenzio e di quiete). 
 In quei prati della Normandia la puledra Roquepine ha corso liberamente con il branco dei coetanei, quasi tutti più belli di lei e che davano maggiori speranze. Francamente, non si aveva troppa fiducia nella puledra Roquepine: padre e madre erano trottatori non eccezionali, soltanto discreti. Se c’era una speranza, veniva dalla quadrisavola: dallo studio delle genealogie e delle correnti di sangue, risultava infatti che la bisnonna della madre era la grande Uranie, l’unico cavallo che aveva vinto tre volte nel Prix d’Amérique. Ora, ecco un argomento per quelli che sostengono che “il buon sangue non mente”. | Luciano Curino, la Stampa, 24 novembre 1968


La sua morte. Roquepine, la leggendaria fuoriclasse del trotto francese ed internazionale, è morta improvvisamente stamane. A stroncarla è stata un emorragia sopravvenuta dopo un aborto. Roquepine era nata nel 1961. Corse fino a dieci anni. L’ultimo periodo della sua carriera, sebbene ancora costellato di successi — è stato meno luminoso. Già pesavano sul fisico della campionessa innumerevoli durissime battaglie. … Da mezzogiorno la metropolitana scaricava a Chateau de Vincennes migliaia di persone che si incolonnavano sotto la tettoia degli autobus per raggiungere l’Ippodromo. Per accelerare il movimento dell’interminabile coda, un controllore ripeteva come invito: “Andiamo, andiamo a vedere il festival di Roquepine”.  | Elvio Rossi, la Stampa, 19 dicembre 1975


Ourasi
Su un cuscino d’aria. L’ultimo mostro del trotto francese è Ourasi. Per battere Ourasi, si dice, in Francia, occorrerebbe che un solo trottatore riunisse in sé la velocità di Jamin, il fondo di Bellino II, la maneggevolezza di Une de Mai, la serenità d’Ideal du Gazeau, il piccolo grano di follia di Fakir du Vivier, la regolarità di Roquepine, la quinta marcia di Tidalium Pelo. Ma questo trottatore non esiste. Anche perché il supercrack è lui, Ourasi, che corre su un cuscino d’aria. | Mario Fossati, la Repubblica 27 gennaio 1989


Non faceva la pipì. Ha dieci anni, questo trottatore fuoriclasse. Vince quattro miliardi di lire: e l’indomani dell’Amérique indipendentemente dagli esiti della corsa Ourasi verrà accompagnato in un allevamento, naturalmente di Normandia, dove reciterà la parte del sultano nell’harem. Lo scorso anno Ourasi aveva tentato la quarta consecutiva vittoria: una cattiva partenza gli è valsa soltanto il terzo posto. Un insuccesso che pesava. Gli anni difficili erano cominciati, per Ourasi: e quasi di una congiura del destino si trattasse anche per il suo clan, per i suoi allevatori e proprietari i coniugi Raoul Ostheimer e Rachel Tessier, che divorziarono e per il formidabile driver-trainer Jean-René Gougeon, colpito da un ictus. Secondo il lad Philippe Renouf una misteriosa angoscia si era impadronita pure di Ourasi, che, nel 1988-’89 aveva perduto quella voglia di trottare e di vincere, che Jean-Réne Gougeon definisce lo spirito dilettantistico che sta alla base della salute anche morale (sic!) di un atleta a quattro gambe. Bisogna dire che le condizioni non ottimali avevano messo in forse la partecipazione di Ourasi a questo Amérique. Non gli tornava il conto dei globuli bianchi: e ancora: Ourasi era afflitto da un malanno banale che generalmente capita a vecchi e bambini: non gli riesce sempre di fare pipì. | Mario Fossati, la Repubblica 28 gennaio 1990


Bellino II
Il nome sbagliato del cavallo matto. Bellino II nacque sotto i peggiori auspici il 26 febbraio del ’67. I genitori erano due illustri sconosciuti. Belle de Jour III, la madre, era costata 350mila lire e non aveva mai vinto una corsa. Il padre Boum II era stato tolto dagli ippodromi per scarso rendimento e nemmeno come stallone era riuscito a guadagnarsi fama, il prezzo di una sua monta non superava le 75mila lire. I due genitori erano pressoché decrepiti: 22 anni lei, 24 lui, e anche il luogo di quel senile incontro d’amore era dei meno promettenti: il paesino di Vitaz-Monthouse nell’Alta Savoia, più noto per l’allevamento delle vacche che non per quello dei cavalli. 
 Come se tutto ciò non bastasse, il neonato dall’oscura genealogia dovette subire anche un errore di battesimo. Il proprietario, Maurice Macheret, industriale francese degli spaghetti e della carne in scatola, voleva chiamare il puledrino Belluno perché gli era piaciuta molto la nostra città durante una vacanza in Veneto. Ma nella trascrizione sui registri ippici avvenne uno scambio di vocali. …  Cresceva brutto e sgraziato: le gambe sproporzionate rispetto allo scheletro troppo massiccio, un collo fragile in confronto al testone. Aveva squilibri di muscolatura che lo facevano camminare un po’ sbilenco, e perfino la dentatura era difettosa. 
Per i difetti di muscolatura agli adduttori delle spalle, Bellino faticava a sopportare il peso del sulky. Si mostrava sempre più riottoso agli allenamenti, bastava un nonnulla per farlo rabbuiare o per provocare i suoi scatti di collera. Se un compagno di stalla gli era antipatico si rifiutava di mangiare la biada e in corsa si comportava da lunatico. Un giorno, in allenamento nel bosco di Grosbois, vide volargli qualcosa davanti alla testa, probabilmente una foglia secca. Chiuse gli occhi, si piantò e non volle più saperne di andare avanti. … Si cominciò a sussurrare di mandarlo definitivamente dal macellaio. … I problemi di accensione erano nel cervello e a ogni problema bisognava trovare una soluzione. Se Bellino aveva ancora paura per quella foglia volata nel bosco, ecco pronto un cappuccio con paraocchi, ma siccome il futuro Roi non sopportava nemmeno il cappuccio ecco il trucco di trovare un colore a lui gradito: una bella cappetta rossa e vezzosa. Se Bellino soffriva per il morso che gli batteva in bocca sul molare lungo, ecco studiato un altro morso, speciale, costruito in modo da non battere sul punto dolente. Un bel giorno non voleva più correre perché gli dava fastidio lo sfregamento dei genitali sulle cosce e anche quest’ennesima sofferenza fu vinta elaborando un sospensorio di plastica legato sotto la pancia. … In due anni questo cavallo che pesa 600 chili ed è alto 1,75 al garrese ha vinto più di un miliardo, ma non vuol dire che sia completamente guarito dalla pazzia. Nel suo box ha voluto con sé, come sempre, il volpino bianco di nome Tim. Altri cavalli si accontentano di una capretta, Bellino no. Il cagnolino è l’unico compagno che accetti alla vigilia delle corse. Tim deve dormire con lui e deve corrergli accanto durante le sgambature. | Ettore Botti, Corriere d’informazione, 6 aprile 1976


Tornese
La iella, la strega dai denti verdi, si aggrappava immancabilmente alla sua coda. L’immagine di Tornese elegantissimo, che spicca sul fondo nero dell’ellisse parigino, alla maniera di un raffinato giocattolo meccanico, mi accompagna da una vita. Era l’immagine tenera e tematica del nostro trotto. Tornese venne battuto da Hairos II, che trascinava un enorme sulky, ad un’andatura che trotto non era. «Una faccenda da squalifica» protestava giustamente Brighenti. «Se fossi un cuore tenero – commentava – stasera, a Parigi mi metterei a piangere. Di giorno si lavora, per piangere c’è la notte. Torneremo a Vincennes».
Ci ritrovammo l’anno dopo (il 1961) noi della parrocchia a… consolare Brighenti, per il secondo maledetto secondo posto. Il «biondo» aveva infilzato tutti i dinosauri francesi, fuorché una cavallona normanna, Masina, che amava (ricambiata) il suo guidatore Francis Brohier ma detestava tutti gli altri maschi (a due o quattro gambe che fossero). «Povero vecchio, come ti hanno trattato» faceva Brighenti, ravviando la criniera di seta di Tornese che nitriva indispettita. | Mario Fossati, la Repubblica, 27 gennaio 2002


Timothy T.
Timothy T. era americano nell’espressione morfologica: francese, nel carattere. Vinceva spesso: perdeva poco. C’era gente in tribuna che a vedere perdere Timothy T. le prendeva un nodo alla gola ed altra che ne accoglieva le vittorie con un moto di ribellione. Era una specie di falco nero, bello e perfido. Nel Premio Locatelli, a San Siro, aveva trottato un “parziale” da 1.10 (che fanno 51,428 orari). Timothy usciva dall’ideale corsia, dava l’impressione di decollare.
Il suo carnet. L’Hambletonian del ’70 (quando ancora dimorava nelle scuderie di O’ Brien e lo guidava Simpson), in America. In Europa, con Baldi e Biasuzzi: Elitlopp a Solvalla, il “Paris”, il campionato italiano, il “Nazioni” eccetera eccetera. Perdette l’Amerique a cento metri dal palo d’arrivo. Sulla salita di Vincennes aveva volato via Eleazar, Catharina, Une de Mai e Axius. Nell’Amerique, diceva Baldi, la velocità lo ha preso in braccio e l’ha affogato. Il trotto di Timothy, cavallo di notevoli proporzioni, era un volo lieve, in cima ad un filo. Lo zoccolo si posava e si alzava come una farfalla. La velocità di punta di un trottatore è di sette secondi sui cento metri (per Timothy di cinque). Al ritmo di Timothy i passaggi ovvero l’impiego fra i due bipedi laterali destro e sinistro, erano vertiginosi.
Timothy T. è morto nel suo harem, l’allevamento. Una notte avrebbe sbattuto un fianco sulla parete del box. Frattura. L’operarono. Gli imbullonarono l’arto. La ferita non si rimarginò. “Non mi ci faccia pensare, mi ha detto Baldi, giorni fa. È il più grande cavallo che ho guidato. Gli volevamo bene, io, i signori Biasuzzi, Claudio, l’uomo che lo curava e una foltissima parte del pubblico. Ma la cattiveria umana non ha confini. Un campione siffatto scivola nel box? Io non l’ho mai creduto“. | Mario Fossati, la Repubblica, 10 gennaio 1987


Varenne
Soprannomi. C’è una associazione di fans di Varenne che si chiama “La figlia del Capitano” e che tutti gli anni, quando il cavallo compie gli anni, organizza una grande festa e gli porta una torta di mele e carote. Varenne sembra capire quando arriva quel giorno. Si guarda in giro eccitato. Tra le persone che vengono a festeggiarlo, c’è sempre una ragazza che si chiama Alice e che è su una sedia a rotelle. Quando la vede, Varenne le si avvicina, abbassa la testa e si fa accarezzare, dimostrando una delicatezza straordinaria.
«Il soprannome “Capitano”, glielo hanno dato alcuni giornalisti tifosi del Milan in onore di Franco Baresi che era il capitano della squadra rossonera. Il nome Varenne invece viene da “rue de Varenne” la via dove si trova l’Ambasciata italiana a Parigi. Quando correva il suo risultava tra i 5.000 nomi di “personaggi italiani” più famosi all’estero. Ci fu anche chi cercò di convincere il presidente Napolitano a nominare Varenne “cavaliere della Repubblica”. Ma dal momento che non era possibile nominare “cavaliere” un cavallo, il presidente gli concesse una targa d’argento per meriti sportivi. | Nicola Allegri, Oggi, 29 aprile 2015


La rockstar. Chissà se Varenne sa che quei cartelli esposti sulla tribuna sono tutti per lui. Chissà se sa di essere diventato famoso quanto Ribot e Moni Maker e forse più di Furia il cavallo del West e di Aquilante, la “malabestia” di Brancaleone da Norcia. Chissà se sa che quelle corse che è costretto a fare lo hanno reso un mito o se le considera solo delle sgambate con un buffo carretto attaccato dietro di sé e un signore noioso che lo sprona ad andare più forte. Insomma, chissà se “Varenne l’equino” sa di essere “Varenne il Capitano”, il più forte trottatore della storia. Le persone che gli vivono accanto giurano di sì , sono convinte che lui si renda conto di quello che è e di quello che fa, tanto da gestire le corse come un atleta “umano”. E forse c’è da credergli, perché se Varenne non fosse speciale non si giustificherebbe uno staff tutto per lui. Quasi fosse una rockstar o un divo del cinema, questo cavallo è circondato da uomini e donne che lavorano per lui | Daniele Bresciani, Gazzetta dello sport, 26 gennaio 2002


Motore. Sotto il mantello lucido c’è un telaio di acciaio puro, al posto di muscoli e polmoni un motore con cilindri e turbina. Varenne non è un cavallo, è un essere quasi soprannaturale, altrimenti non avrebbe potuto scaricare sul terreno lo spettacolo del suo secondo Amérique. | Michele Ferrante, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2002


Varenne e l’amore
➣ Jacopo, raccontiamo la giornata del campione in pensione.  «Varenne si sveglia presto, tra le 7.30 e le 8. Anna Crespo, la tata che si occupa di lui da 15 anni e della quale si fida ciecamente, gli dà da mangiare, lo pulisce e lo porta a fare un po’ di jogging: 40 minuti alla corda in cui trotterella. Poi relax puro. Varenne va nel recinto personale di 50 metri per 50 e ci sta fino a quando si stufa». 
➣ Non si annoia a stare sempre solo?  «No, perché è comunque a contatto visivo con altri cavalli e controlla la situazione. Quando è stanco fa capire alla tata che vuole rientrare nel box, avvicinandosi al cancello o cercandola con lo sguardo. Verso le 17 cena e poi si mette a dormire». 
➣ Una vita sanissima. Scusi, e quando si riproduce?  «Il periodo della monta inizia il 15 febbraio e finisce il 15 luglio. In questi mesi a Varenne ogni lunedì, mercoledì e venerdì dopo che ha fatto jogging viene prelevato il seme». 
➣ Domanda ingenua: perché non lo fate accoppiare fisicamente?  «Per diversi motivi. C’è il pericolo che la cavalla scalci e gli faccia male. Per una questione di igiene e infezioni. E poi perché col seme raccolto possiamo fecondare più cavalle: le provette le mandiamo in tutto il mondo». 
➣ Come funziona la monta?  «Varenne viene portato vicino alle cavalle e così si eccita. Vede laggiù quell’attrezzo di cuoio e acciaio che ricorda la cavallina della ginnastica artistica? Ecco, lo si fa salire appoggiandolo da dietro e gli si applica questo tubo, che è un vagina artificiale. Dopo pochi minuti il seme è raccolto: da una boccetta ce ne è abbastanza per ingravidare cinque o sei cavalle». 
➣ E lo vendete.  «Ogni provetta viene impacchettata in una scatola con del ghiaccio. E spedita al compratore». 
➣ Quanto costa?  «Cinquanta euro più spedizione». 
➣ Solo?  «Aspetti. Il pagamento vero viene fatto alla nascita del puledro: se tutto va a buon fine il prezzo è di 12 mila euro più Iva». 
➣ Quanti figli ha Varenne? 
«In Italia, per legge, può fecondare al massimo 150 cavalle l’anno. In tutto il mondo credo che siano nati qualcosa come 2100 baby Varenne». 
➣ Jacopo, domanda inevitabile. Quante volte Varenne diciamolo romanticamente ha fatto l’amore? Sì, insomma, con quante cavalle vere si è accoppiato? Perché quello sguardo? «Nessuna. Varenne non è mai stato con una cavalla e mai ci starà». 
➣ Ah. Ma non è una scelta crudele?  «Sì, capisco che per chi non è del settore lo sembri: ai tempi Giorgio Tosatti scrisse che siamo degli aguzzini. Ma per i cavalli il sesso è diverso, è meno romantico». | Alessandro Dell’Orto, Libero, 19 marzo 2017


Bold Eagle
L’ultimo fenomeno. «Le petit Varenne», nientemeno: se il 43enne allenatore francese Sébastien Guarato, campione dei trainer nel 2014 (162 centri e 5 milioni vinti) e 2015 (164 successi e 7,2 milioni) continuava a chiamare così il suo trottatore Bold Eagle, un motivo doveva pur esserci. E il cavallo francese di 5 anni lo ha spiegato ieri a tutto il mondo disintegrando di mezzo secondo a Parigi il record di 95 edizioni del Prix d’Amerique (media di 1’11”4 al km sui 2.700 metri) per la gioia del «signor Mc Donald’s» in Francia, cioè del suo proprietario svizzero Pierre Pilarski, licenziatario oltralpe di molti fast food della catena. Un’impresa doppiamente leggendaria: perché Bold Eagle a distanza di appena quattro anni imita il padre Ready Cash che già aveva vinto la corsa-faro del trotto mondiale nel 2011 e 2012. | Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 1 febbraio 2016


Jean-René Gougeon
L’uomo dei record. Ha vinto 8 Amérique come driver guidando Roquépine (1966, 1968), Bellino II (1975, 1976, 1977) e Ourasi (1986, 1987, 1988)


Alessandro Finn
Il primo mago driver. Alessandro Finn era un mago del trotto, fuggito dalla Russia portandosi dietro dieci cavalli, arrivato a Milano nel 1921 per rimanere in via definitiva. Guidava, vinceva come nessuno. Sei Grand Prix d’Amerique tra il 1924 e il ’51, il cronometro in mano, da far scattare ogni quarto di miglio, una rivoluzione tecnica nell’allenamento dei trottatori. Piccolo, i baffetti a incudine, un cuore grande così. Le sue gesta hanno percorso i viali di San Siro per decenni, c’era chi giurava tenesse da qualche parte un sacchetto pieno di diamanti sottratti alla Rivoluzione.
Prendeva il tram a piazzale Lotto. Al bigliettaio lasciava una mancia pari al costo di 10 biglietti. Pari al costo di 70 biglietti. Pari al costo del tram. Le cifre variavano in relazione al narratore. Il tram, invece, sempre quello. Pieno di gente, alle 13.30, con il giornale, inteso come Trotto Sportsman, sotto il braccio, già letto e studiato per ore al bar. Diretti, tutti, all’ippodromo, per vedere sgambare i cavalli, prima di “mettere su”, completata l’ultima verifica. “Mettere su la rebonza”, il malloppo, tutti i soldi “compresi i bambini”. Durante la guerra il tragitto rischiava di diventare più lento. Suono delle sirene, un allarme inconfondibile. Il tram si fermava. Minuti, quarti d’ora, in una frenesia crescente. Sino a quando qualcuno si rivolgeva in dialetto al conducente: «Andiamo, tanto non bombardano». | Giorgio Terruzzi, Icon, giugno 2015


La prima donna a vincere. Ina ed Helen, dunque, al traguardo di un “Amérique” che farà epoca: Scot, la cavallina che viene dal freddo ed Helen, la prima donna che partecipa ad un Amérique e lo vince, così stabilendo due record prestigiosi (l’esordio e la prima vittoria in Amérique) che non potranno mai più essere battuti. Nella loro scia, sul traguardo, una terza femmina, Vourasie. ….  È stato il marito di Helen Ann, Kjell Dahlstrom, ad incoraggiare e ad esigere che fosse lei, Helenn – una figurina fragile, elegante – a guidare in corsa Ina Scot, in un gran premio tremendamente difficile con trottatori che sono guerrieri e trottatrici che assomigliano ad amazzoni, di carattere piuttosto virile. … Sulla pista nera di carbone, Helen Anne Johansson ha guidato magistralmente. Ha condotto la sua Ina, dietro le ruote del sulky della grossa Vourasie e lì l’ha accompagnata. … Sulla retta d’arrivo, la torma si era aperta come una pesca. Helen aveva agitato le redini e il frustino.  Sostenuta da braccia divenute immediatamente d’acciaio, strattonata da un immaginario elastico, irresistibile progrediva vertiginosamente Ina Scot. Formidabile Helen! Vinceva la sua Ina, bella e perfida. | Mario Fossati, 30 gennaio 1995


Uno dei grandi cantori dell’ippica. Come ci insegnò il poeta Luigi Gianoli, nuvoletta rosa della nostra vita giornalistica, i cavalli parlano. Bisogna entrare nel loro vocabolario. Ben pochi ci riescono. L’impareggiabile Gianoli una volta si spinse al punto da intervistare Ribot. Un servizio serio e soprattutto vero. | Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2001


Il suo addio. Nitriti nella navata. La chiesa di San Giovanni Bono sembrava trasformata in ippodromo. Ed eleganti fantasmi si protendevano sopra la bara, scuotendo la criniera al vento dei ricordi: Cavaliere d’Arpino e Ribot, Tornese e Sirlad, Crevalcore e Cogne, insieme ai suoi cavalli Terrificante, Burik, Alclad. Luigi Gianoli, il grande giornalista, l’uomo che incantava i cavalli, se n’è andato in un silenzio trapunto di zoccoli e di sospiri. Una cerimonia funebre semplice e singolare. … Non c’era nemmeno un allenatore, né un guidatore, né un solo fantino che pure Gianoli con la sua penna magica ha reso immortali. Gianoli amava la solitudine. Dalla sua bara di noce, certo, ha tenuto in non cale quelle diserzioni. Facendo roteare la sua intelligenza affilata come una lama di Toledo avrebbe detto con un sorriso: nemmeno Ulisse era ai funerali di Omero. Intorno alla bara strepitosi sussurri. … Si poteva udire il frinire delle ruote e lo stridio dei freni oltre il traguardo. E lo sbuffare dei cavalli al dissellaggio, quando anche il sole saluta. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 19 settembre 1998
 
Ivan, Cappuccetto Rosso 
Di seguito vi proponiamo questo articolo su Nello Bellei, realizzato due anni prima della sua scomparsa e pubblicato sul numero del giugno 2004 della rivista “Il Trottatore”. L’intervista è di Antonio Berti. 

Firenze portava ancora i segni del terribile passaggio della guerra, la ‘ricostruzione’ era in atto, ma ancora lontana da essere conclusa, ed il boom economico che, si voglia o no, avrebbe cambiato il volto dell'Italia, ancor più lontano. In questo clima difficile - eravamo alla metà del secolo scorso - ma indubbiamente di ripresa e quindi di speranza, in un giorno non ben definito di quel periodo, un ragazzino di 19 anni, proveniente da Treviso, era sceso da un carro bestiame delle FF.SS alla stazione di Firenze insieme al suo prezioso carico che era formato da tre cavalli, una ghighella ed un baule. 

Questo ragazzo, che si chiamava Nello Bellei, Ivan per gli amici, scaricò la ghighella, sistemò il baule sul rotabile, poi fece scendere i cavalli, attaccò alla ghighella una femmina che si chiamava Eretta, la più cattiva fra i tre, prese, come si dice, sottomano gli altri due, i cui nomi erano Birron e Yorick, ed affrontò il viaggio che dalla stazione lo avrebbe portato all'ippodromo delle Mulina. 

Durante il trasferimento verso il trotter fiorentino, Nello, fra sé e sé, lungo le strade affollate di biciclette e non di auto come ai nostri tempi, stava ripensando se la scelta fatta di abbandonare gli studi per il mondo dei cavalli fosse stata giusta o no. Già, perché il nostro, che era allievo fresco di nomina, aveva già corso tre volte a Torino, e con cavalli di chances, ma l'esito non era stato incoraggiante perché l'unico risultato positivo era stato un quartino. ‘Forse – pensava – questo non è il mio mestiere’. 

E lo scetticismo sulla scelta di vita operata aumentò quando, arrivato nelle scuderie delle Mulina, gli fu detto che non c'erano boxes disponibili. Gli fu consigliato di andare ai Grilli, così si chiamavano i pochi boxes delle scuderie del galoppo al Visarno, dove esisteva un commerciante di animali, soprattutto volatili, il cui nome, appunto, era Grilli. Ma anche qui tutto occupato. Immaginarsi la disperazione di Nello che, a quel punto, non sapeva più a che santo votarsi. 

Ma, fortunatamente, un ‘santo’ lo trovò in Fosco Lunghi. Il ‘Lunghino’, così già lo chiamavano i suoi tifosi, ebbe compassione di questo ragazzo disperato ed ospitò cavalli e ghighella in alcuni boxes che il trainer-driver fiorentino aveva disponibili fra la Manifattura Tabacchi e quel piccolo fiumiciattolo, chiamato ‘fosso macinante’, che, sfiorando a nord la zona scuderie del vecchio impianto fiorentino, fa affluire le acque del Mugnone in Arno. 


Questo fu il primo contatto fra il giovane Bellei e la Toscana, una terra che poi sarebbe diventata la sua terra e dove ben presto, ancora giovanissimo, si sarebbe messo in evidenza sia come preparatore che come guidatore cancellando, così, per sempre, quei dubbi angosciosi sulla validità della scelta fatta. Infatti, poco tempo dopo l'arrivo a Firenze, e precisamente il 4 novembre 1950, che allora era festa nazionale in quanto anniversario della vittoria nella prima guerra mondiale, arrivò anche per Ivan la prima vittoria con Ironia. 

A questa seguì, pochi giorni dopo, il successo con Delfo The Great e quell'anno, il 1950, Nello lo chiuse con 5 vittorie, tutte ottenute fra novembre e dicembre. Non male per uno alle prime armi. 
Ma facciamo un passo indietro e parliamo di Nello ragazzo. 

Nato a Modena, culla del trotto, il 14 ottobre del 1930, Ivan seguì gli studi fino alla quinta ginnasio, ma il virus dei cavalli ormai gli era entrato nel sangue e la febbre del trotto mal si conciliava con il latino e soprattutto con il greco del Liceo Classico. La madre, però, voleva che il figlio studiasse e, allora – la famiglia nel frattempo si era trasferita a Milano – lo mandò a ripetizione di latino e greco da Medardo Miliano, l'indimenticabile Medoro, quello che poi diventò un famosissimo allibratore milanese la cui sorella, Maria Luisa, tutt'ora vivente, sposò Pietro Gubellini, il famoso fantino di Federico Tesio, padre di Edoardo e nonno di Pippo, tragicamente scomparso in corsa a Milano. 

Ma Nello aveva ormai la testa fra i cavalli e così, nonostante l'impegno di Medoro, il nostro abbandonò le lingue morte, optò per l'ippica e andò a scuola da Sergio Brighenti, l'indimenticabile Pilota, e quelli furono anni importanti per la carriera di Ivan che, in oltre 40 anni di attività in pista, ha forgiato campioni come Steno, Akobo, Sem, Scellino e Sperlak, tanto per ricordarne alcuni, conseguendo, inoltre, ben 11 frustini d'oro. Ma, a proposito di Brighenti, sentiamo cosa ci racconta Nello Bellei. 


“Il periodo con Brighenti - attacca Nello - per me fu fondamentale. Sergio era un grande guidatore, ma soprattutto un grandissimo preparatore. Da lui, se stavi attento e lavoravi, e io stavo attento e lavoravo, si imparava tutto. Era geniale nell'impostare i cavalli, capiva subito se quel soggetto poteva diventare qualcuno o no. Insomma, una scuola dalla quale ho appreso tanto. Poi ci ho messo del mio ed i risultati ci sono stati. Insomma il bilancio mi sembra sia stato positivo”. 

D.: E quel ‘mio’ in cosa è consistito? 
R.: “Brighenti - prosegue Bellei - era sempre alla ricerca del campione e lui ne ha avuti tanti, un quantitativo fuori misura. Quella ricerca costante del campione, era una politica che lui poteva fare avendo avuto sempre tanto materiale a disposizione e tanto ricambio, ma, ricercando sempre il massimo, è naturale fare delle ‘vittime’. 
Io, invece, ho sempre cercato di individuare le reali possibilità del cavallo e di tenerlo il più possibile un gradino sotto il massimo per farlo durare più a lungo. E con questa politica la scuderia Kyra è stata per tanti anni ai primi posti nella classifica per somme vinte delle scuderie italiane. 
Certo, quando mi rendevo conto che era arrivato il momento di pigiare sull'acceleratore, allora non mi tiravo indietro. Operando in questo modo i bilanci quadravano ed io dovevo pensare anche a questo”. 

D.: Del trentennio e passa che tu hai corso per i colori della Kyra ne parliamo dopo. Ora siamo sempre all'‘Università’. Dopo la scuola con Brighenti, e le prime esperienze in proprio, c'è la scuola da Omero Baldi. Cosa ricordi di quel periodo? 

R.: “Omero - prosegue Ivan - era un grande uomo di cavalli e Vivaldo tutti sanno chi è stato e chi è ancora. Anche lì ho imparato molto. Cincerina era un personaggio speciale, i cavalli se li inventava e sapeva pubblicizzare al massimo la propria ‘bottega’. È’ stato in questo periodo che ho fatto il salto di qualità vincendo il Ghirlandina, il mio primo vero gran premio. Era il 1957, Vivaldo in quel periodo non poteva scendere in pista perché non stava bene, c'era il Ghirlandina e c'era da guidare Checco Pra. 

Omero avrebbe potuto farlo guidare a qualche grande nome, ma scelse me che avevo solo 26 anni. Pochi minuti prima di entrare in pista, mi avvicinò e mi disse: ‘Io ho fiducia in te, le mani e la testa ce l'hai, il cavallo c'è, vai e non ti provare a perdere’. E io mi guardai bene dal perdere...Fu una grande soddisfazione”. 

D.: E durante il periodo con i Baldi ci fu la prima presa di contatto con la Kyra. 
R.: “Sì - continua Bellei - fu nel Derby del 1957. La Kyra, che aveva iscritto al Derby Seduttore e Smeriglio, proprio pochi giorni prima della corsa ruppe il rapporto di collaborazione con Brighenti. Così fu preso contatto con Ugo Bottoni, ma l'Ammiraglio era già impegnato 
nel Derby, mi sembra, con Decumano. Allora fu chiesto a Vivaldo di guidare Seduttore e il compagno di colori Smeriglio, che aveva compito di spalla, lo guidai io. Vivaldo vinse e io feci il quarto. Sì, quella fu la prima volta che indossai i colori della Kyra”. 

D.: I colori bianco, azzurro e rosso di Anna Maria Salvini che poi dovevano accompagnare per oltre trent'anni, salvo una interruzione di 2 anni e mezzo circa, dall'autunno '67 alla primavera '70, la tua vita professionale. 

R.: “Lasciai i Baldi - prosegue Ivan - mi sembra nel '58, mi rimisi in proprio, andò piuttosto bene, e fu in quel periodo che la Kyra mi affidò Altamura, Canadian, Campari e Citerea. I risultati ci furono e poi, a cavallo degli anni '50-'60, mi fu dato in allenamento tutto il materiale della formazione fiorentina”. 

D.: E venne Steno... 
R.: “Fu il primo segnale - prosegue Bellei - di quel grande riproduttore e miglioratore che fu Oriolo e che è stata anche la grande fortuna della scuderia Kyra, prima in pista e poi, appunto, come stallone. Steno è stato il mio primo grande campione e sono legato ancora a lui con tanta nostalgia. Con lui ho vinto tutte le corse di allevamento a 2, 3 e 4 anni, e addirittura due volte il Continentale che allora si correva a 3 e 4 anni. Ma fu grande anche in campo internazionale: perse di un niente il Nazioni del '64, battuto sul filo da Froemming con la grande Ozo e il pubblico pretese a gran voce il giro d'onore anche per Steno. E una sconfìtta che ancora mi brucia è quella nell'lntemational Trot del '65: Steno sbagliò in partenza e fece un inseguimento poderoso finendo secondo in linea con il vincitore Pluvier III. Senza quell'errore avremmo vinto facile”. 

D.: Poi, dopo Steno, ecco Segugio, Scansano, Sion, ma dopo Sion, anzi, quando Sion comincia a farsi conoscere vincendo il Cupolone, succede qualcosa... 
R.: “Si, nell'autunno del '67 si interruppe la mia collaborazione con la Kyra, i cavalli ritornarono a Brighenti e io rimasi con due cavalli in scuderia, Valpiana e Traspontina. Non mi persi d'animo e la domenica successiva al ‘divorzio’ vinsi con entrambi. Più corse non potevo vincerle perché avevo solo due cavalli…”. 

D.: Ma il periodo di magra durò poco... 
R.: “E’ vero - continua Bellei - non durò molto. In poche settimane mi arrivarono in scuderia molti cavalli e in pochi mesi feci il pieno. Fu il periodo di Valpiana, con la quale vinsi il Città di Montecatini del '68 e una batteria del Lotteria, Petra, Pierfrancp e poi di Akobo, un periodo non facile, ma ricchissimo di soddisfazioni dal punto di vista professionale tanto che, a parte un anno, seguitai a vincere i frustini d'oro”. 

D.: Poi ci fu il ritorno ai vecchi amori... 

R.: “Nella primavera del 1970 fui nuovamente chiamato dalla signora Anna Maria Salvini e dall’avvocato Nidiaci. In un primo momento, libero di tenere anche i cavalli di altri proprietari, tanto che, proprio nel '70, vinsi il San Siro, l'attuale Orsi Mangelli, con Akobo, poi mi chiesero l'esclusiva e io accettai. Ma anche quello, il periodo degli anni '70, per intendersi, fu ricco di grandi soddisfazioni. Fu l'epoca di Sem, vincitore del Gran Criterium, del Presidente della Repubblica, del Triossi e del Fiera, di Scellino, con il quale ho vinto Cupolone, Nazionale, Marangoni, San Siro, Inverno, Europa e di tanti altri ottimi soggetti come Sabor, Sarcasmo, Savio. Insomma, non sono mancate le soddisfazioni. Ma anche negli anni '80 non mancò la grande speranza e questa si chiamava Sperlak. Un soggetto dai grandissimi mezzi, ma con tanti problemi di impiego. Quando era nella giornata giusta, però, poteva fare paura a tutti. Lui fu capace di vincere il Ponte Vecchio girando al largo e andando via per proprio conto nel fìnale”. 

D.: Abbiamo sorvolato velocemente la tua lunga carriera che come allenatore prosegue ancora. Quali sono stati i cavalli che sono rimasti maggiormente scolpiti nella tua memoria? 
R.: “Steno, perché era un grandissimo campione, Sem, perché quando era in giornata dovevano avere paura tutti di lui, Scellino per i mezzi, ma soprattutto per la simpatia; io, che ho avuto spesso cavalli non facili, a guidare Scellino mi sembrava di andare in bicicletta, ma senza pedalare, però. Lui la posizione se la trovava da solo, capiva al volo quando doveva uscire, era un vero fenomeno. Se un cavallo come Scellino avesse avuto i mezzi di Sperlak avrebbe vinto tutto e non solo in Italia”. 

D.: Ma Sperlak era proprio così potente? 
R.: “Guarda – insiste Bellei – è stato il cavallo più forte che ho avuto. Purtroppo aveva dei problemi ed era difficile a guidarsi. Insomma, non si può avere tutto dalla vita…”. 
Sei nell’ippica da più di mezzo secolo, hai seguito, vivendolo, l’enorme progresso fatto dall’allevamento italiano, hai vissuto l’epoca delle grandi scuderie e l’identificazione di queste con i loro driver, che erano anche allenatori di quelle formazioni come Mangelli-Casoli, Kyra-Bellei, Castelverde-Finn, Valsassina-Peppino Nogara, Biasuzzi-Giancarlo Baldi, Walter Baroncini-Sandra, tanto per citarne alcuni, e intorno a loro si creavano la passione e il tifo della gente che allora stipava gli ippodromi. 

Oggi, invece, il trotto, almeno ai massimi livelli, è cambiato, ci sono gli allenatori ed i catch driver che, in genere, montano in sulky all'ultimo momento, un giorno un catch guida un cavallo, un altro giorno gli corre contro perché ne guida un altro, insomma il panorama è mutato completamente ed il consumismo, entrato ormai prepotentemente anche nel nostro ambiente, fa sì che un soggetto che a giugno è una promessa, a dicembre non esista più anche se di corse e di cavalli ce ne sono anche troppe. 

È un bene o un male? 
“Anche se verrò accusato di essere uno che ha nostalgia dei tempi andati, ti dico senza timore che è un male, soprattutto per i riflessi che questo cambiamento ha avuto sul pubblico. La gente si affezionava a quei campioni, a quei colori, li seguiva, tifava e gli ippodromi erano vivi e pieni di pubblico. 

Un esempio si è avuto con Varenne, ma non importa avere un fuori classe mostruoso come quello per ritrovare l'affetto della gente. Certo i tempi sono cambiati e anche il trotto ha perso quell'anima che aveva una volta e penso che sarà difficile un recupero in quel senso. Ci siamo molto americanizzati, ma, invece, sarebbe stato meglio fare più attenzione alla Francia che, tra l'altro, è molto più vicina a noi in tutti i sensi”. 

D.: Cambiamo argomento. Guardandoti indietro, nella tua vita professionale hai fatto delle scelte che oggi non faresti? Insomma, ti sei pentito di qualcosa? 

R.: “Sì, di errori nella vita se ne fanno tanti, ma uno in particolare mi rode ed è quello di essermi legato a contratto con la Kyra. Intendiamoci bene, per carità, io alla signora Anna Maria Salvini e all'avvocato Nidiaci devo tantissimo, non è questo il problema, ma dare l'esclusiva a una scuderia sola ti penalizza troppo. Sei costretto a lavorare su quello che ti passa il convento e basta. Avere un contratto con una scuderia va benissimo, ma non l'esclusiva. 

Se sei libero, hai tante più possibilità perché le occasioni, se uno ha le capacità, non mancano. D'altra parte è andata così e va bene così”. 
Nello Bellei ha una famiglia meravigliosa, una moglie, Elda, che è stata la sua prima e grande tifosa, una figlia, Rossella che, da quando papà ha smesso di correre, si vede raramente sugli ippodromi, e un figlio, Enrico, che ce la mette tutta per offuscare la grandezza del padre... 

D.: Scherzi a parte, tu hai avuto sempre grande fiducia in Enrico, ma te lo saresti aspettato di avere un erede cosi bravo? 
R.: “Io - prosegue Ivan - in Enrico ci ho sempre creduto fin dai primi... attacchi. Tanto è vero che, per responsabilizzarlo, all'inizio della carriera, anziché tenerlo in scuderia e facilitarlo, gli detti cinque cavalli, che non erano certo dei fenomeni, e gli dissi: “arrangiati da te”. 
E lui, devo dire, si arrangiò bene. Ingoiò diversi bocconi amari, ma anche questi furono utili. In quel periodo avevo in scuderia Squillo, un galoppino che non aveva mai corso. Bene, lui lo prese che era già anziano e ne fece un cavallo da corsa con il quale si stancò di vincere. 

Insomma, mi accorsi che non solo era bravo in corsa, ma era anche bravo come preparatore. Poi il resto lo sapete tutti, è storia di oggi. Già, devo risponderti se pensavo che diventasse cosi bravo? Guarda, che fosse bravo, te l'ho detto, lo speravo e lo sapevo, ma che arrivasse ai livelli ai quali è arrivato, questo non potevo pensarlo ed è stata così una lietissima sorpresa perché Enrico è veramente un fenomeno. Parola di padre”. 

D.: E te ora come te la passi? 
R.: “Faccio ancora l'allenatore, aiuto ancora in qualche modo Enrico e mi preparo qualche puledro mio. Anzi ho un paio di 2 anni proprio niente male”. 

D.: Speranza in qualche colpaccio? 
R.: “Te lo potrò dire questa estate che, tra l'altro, non è lontana e sarà un'estate importan-te”. 

D.: Come mai? 
R.: “Perché questa estate Enrico diventerà padre per la seconda volta e questa volta si tratta di un maschio”. 
Allora la stirpe continua e se tale padre ha dato tale figlio, figuriamoci cosa sarà il nipotino. Ad maiora... 

Da “Il Trottatore”, Anno LII, n. 6, giugno 2004 
 
di Paolo Allegri 



Trotto come dinastie. Ed una professione, quella di guidatore, tramandata di generazione in generazione, con una costante: sempre ad alto livello. I Baldi sono una dinastia che, partita da Quarrata in provincia di Pistoia, contando su 5 fratelli come capostipiti di una genealogia regale, aggiunge al ramo toscano quello emiliano (Giancarlo e Lorenzo) e quello romano (Odoardo e, per un periodo, anche Ubaldo). 



Il personaggio più carismatico è senza dubbio Vivaldo Baldi, classe 1924, oltre 5000 vittorie in carriera e una 'Champions gallery' di trottatori portati al successo dove a caratteri dorati risplendono le targhette con questi nomi che suonano magici al cuore dell'appassionato: Birbone, Checco Pra, Crevalcore, Delfo, The Last Hurrah. Vivaldo a 82 anni è ancora in sediolo e comunque anche quando non è impegnato in pista non manca mai ad un convegno di corse al trotto tra Firenze e Montecatini. Una passione ancora grande trasmessagli da ragazzo dal padre Omero, meglio conosciuto dagli appassionati come "Cincerina". 



Una passione contenuta in un magico scrigno di ricordi che in un pomeriggio di corse vissuto allo steccato, "l'uomo che sussurrava ai cavalli" ci ha aperto. Ed è una miniera di aneddoti ed episodi che immortalano un'epoca dell'ippica italiana i cui sapori sembrano lontano ma che non hanno smesso di regalarci suggestioni. 



Vivaldo, quanti ricordi? - "Da ragazzo, giovanissimo, cominciai a seguire il lavoro di mio padre Omero, che era un allevatore e un allenatore di notevole talento, avendo conseguito sulle piste di mezza Italia imprese davvero straordinarie alla guida di quel gran cavallo di sua proprietà che era Adrio. Papà sapeva impostare magistralmente i puledri ed intuirne le potenzialità. Oltre ad Adrio portò al successo trottatori di qualità come Alex e Gallo d'Oro. 



Lavorando i suoi cavalli, fin dall'età di 11 anni, fui contagiato dalla passione per il mondo delle corse. Durante un allenamento di routine, sulla pista dell'ippodromo comunale di Prato, rischiai la vita e rimasi ferito gravemente, tanto che porto ancora sul volto i segni di quell'incidente. Ci fu un lento recupero da quella esperienza drammatica, poi la forte fibra, la tenacia e, soprattutto, la passione, ebbero il sopravvento. Così, pochi anni dopo, debuttai come allievo e, per gli amici, divenni "Decione", dalla ricompensa che da ragazzo mio nonno Donatello mi dava per accudire nelle stalle di casa i cavalli, compresi i ponies, che la famiglia utilizzava nel mestiere di carbonai". 



Abilità e grinta - Con le corse, Vivaldo potè esprimere tutto il proprio valore. Sulle piste nazionali, arrivarono subito vittorie in serie. Il giovane driver si mise subito in luce per abilità e grinta. La conferma fu la vittoria alla guida di Scrivia nel Premio Toscana, precedendo sul traguardo il grandissimo Inverno. Il 1951 fu per Vivaldo Baldi un anno eccezionale come scrisse Luigi Gianoli su "Il Trottatore". "Tra i guidatori - si legge - si ebbe la prevalenza di Vivaldo Baldi con 202 successi che superavano il precedente limite di Ugo Bottoni e, uguagliavano il limite americano di vittorie". 




"Decione" vincerà il suo secondo frustino d'oro nel 1953 con 242 vittorie. Vivaldo vince corse importanti a Milano, Firenze, Roma e Napoli, ma il campione che lo consacra è Birbone, alla guida del quale nel '52, '53 e '55 vince tre edizioni del Gran Premio della Lotteria di Agnano. "Birbone, figlio di Inverno, - ricorda Vivaldo - era un cavallo scuro, capriccioso, direi furioso e difficile a trattarsi al punto che per tenerlo quieto nel box, al posto delle solite briglie si doveva spesso usare delle catene. 



Ma, sapendolo prendere e tenendolo a dovere, ripagava ogni sforzo. In corsa dimostrò sempre le sue grandi doti di vero campione. Fare 1.18 al chilometro allora, nel 1952, - prosegue Vivaldo - come fece al Lotteria di Agnano, su quelle piste e con quei materiali corrisponde a un tempo di 1.14 e anche meno, di adesso. 




Aveva i suoi limiti, Birbone: correva davanti o sotto di speed, non di fuori, in anni con le partenze che avvenivano sempre con i nastri e non ancora con l'autostart. Aveva però una testa d'oro e, a differenza di altri campioni, in pista sapeva soffrire" 




. L'uomo che sussurrava ai cavalli avrebbe trovato un altro asso in Crevalcore, il diavolo nero che sfiorò la vittoria nell'International Trot al Roosvelt di New York nel 1960. "Quel mondiale ce lo rubarono gli americani, la giuria non squalificò il franco-olandese Harois II. Nonostante la rottura in partenza, Crevalcore si impegnò in un gran recupero negli ultimi 400 metri, che coprimmo in un secco 28, cioè da 1.10 al chilometro. Era una velocità fino ad allora mai vista neppure sui levigati aneli di laggiù e i tanti italo-americani presenti all'ippodromo si entusiasmarono, ma mezz'ora il responso della giuria ci negò la soddisfazione della vittoria. 




Tornammo in Italia con un secondo posto e qualcosa di cui andar fieri: i giornali americani ribattezzarono Crevalcore mister 28". Il diavolo nero finì i suoi giorni in una fattoria all'ombra di un albero a staccare ciliegie, di cui era ghiottissimo. Le storie di trottatori fuoriclasse con Vivaldo Baldi potrebbero continuare all'infinito. Una menzione speciale merita The Last Hurrah, che Decione ammirava per la sua intelligenza tattica di corsa, quella che questo americano mise particolarmente in mostra nelle due consecutive vittorie nella conca flegrea, Lotteria di Agnano 1978 e '79. Chiediamo a Vivaldo un confronto di valore tra i più grandi fuoriclasse con i quali ha conseguito i più importanti successi. 





E la sua risposta non ha dubbi: "Per la velocità assoluta direi Crevalcore e Delfo. Crevalcore in estate nove volte su dieci riusciva a battere Tornese che vinceva generalmente i duelli in inverno. Delfo era un soggetto di grande temperamento, atleticamente poderoso ma non amava né tattiche né ripensamenti: andava sull'onda della sua potenza e basta, con una forza che poteva scardinare qualsiasi avversario. 



Birbone aveva una gran testa in corsa, ma il cavallo di maggior intelligenza tattica che ho guidato senza dubbi è stato The Last Hurrah. Faceva tutto lui, io avrei potuto soltanto sbagliare e buttare al vento la vittoria". Ma non accadde mai perché quel grande guidatore aveva come pochi il senso del traguardo. Un personaggio impareggiabile nella guida. Vivaldo maestro della mezza ruota, andava davanti e non si voltava mai. Era lui a gestire il treno di gara, erano gli altri che dietro si dovevano preoccupare. 



Per una lunga, fantastica stagione è stata la luce che ha indicato la strada da percorrere. Su ogni pista di trotto del mondo. Vivaldo, l’inimitabile. 
 
 
GIULIO ANDREOTTI 

non ha mai fatto mistero di amare le corse ippiche e di essere uno scommettitore di piccolo cabotaggio. Il senatore è stato anche un grande tifoso di Ugo Bottoni, scomparso il 24 settembre di 31 anni fa. All’ammiraglio del trotto Andreotti ha dedicato questo capitolo nel secondo volume dei suoi “Visti da vicino”.pubblicato nel 1983. 
“ERO GIA’ DA QUALCHE ANNO 
deputato e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quando ebbi l’occasione per me lietissima di conoscere di persona Ugo Bottoni, che avevo tante volte ammirato e applaudito dalle tribune. E fu nel vecchio ippodromo di Villa Glori, al quartiere Flaminio, dove stavo pranzando – lo ricordo nitidamente – con Alberto Folchi, Gaetano D’Amelio e Fortunato Misiano, tutti oggi scompars 




“L’Ammiraglio (così veniva chiamato il prestigioso driver) venne a salutare i miei commensali e scambiò con noi qualche commento sulla serata ippica, ironizzando su un incidente di cui era stato protagonista un guidatore non nuovo a fatti più o meno chiacchierati. 
“Prima e dopo quella sera ho visto correre centinaia di volte Ugo Bottoni. Non starò qui a ricordare i tanti momenti di vera gloria, che gli esperti conoscono bene. Vorrei invece sottolineare la sua simpatia umana, la fedeltà nelle amicizie, le generose prestazioni sportive. 
“E se devo esemplificare, mi riferirò a due momenti particolar 

i. 
“Trascorsi mezza giornata con lui, alcuni anni fa, nell’allevamento toscano della signorina Giusti, dove ero stato invitato durante un soggiorno di cura a Montecatini. Oltre a mostrare le capacità di alcuni puledri, Ugo Bottoni parlò a lungo delle sue esperienze di addestratore e di guida; della necessità dello studio approfondito della psicologia dei concorrenti (uomini e quadrupedi); del momento esaltante di un traguardo vittoriosamente tagliato; della trasmissione del mestiere alle nuove generazioni, anche in famiglia. 

L’ippica andava incoraggiata e non punita, additando, come era d’uso, la proprietà di un cavallo quale fosse l’unico indicatore di ricchezza. Attorno al suo mondo si muovono enormi interessi di lavoro; e del resto proprio lì in Toscana non pochi contadini possedevano un cavallo da trotto che conducevano da soli ad allenarsi alle Cascine o nell’ippodromo della città termale 


“Furono per me ore di straordinaria distensione e ne fui grato all’Ammiraglio. Tra le tante cose dette, vi fu anche un casuale accenno ai dolci napoletani; e fu con meraviglia che alla vigilia della successiva Pasqua mi vidi arrivare una profumata pastiera, con un biglietto rievocativo della nostra chiacchierata di Monsummano. Da allora in poi ad ogni Pasqua si ripeté puntualmente questo gesto di cordialità. E quando nel settembre 1976 Ugo Bottoni morì, vi provvide la signora Bianca, che avevo conosciuto a un pranzo in onore di una festa dell’ammiraglio. 


“L’altro episodio che voglio ricordare è molto curioso. Bottoni mi aveva telefonato alla Difesa chiedendo di vedermi e nell’elenco degli appuntamenti avevo scritto scherzosamente “ammiraglio Bottoni”. Così, quando arrivò al ministero di via XX Settembre, trovò ad accoglierlo uno schieramento che lo stupì, in quanto dei militari gli era nota la passione per i concorsi ippici e i cavalli da ostacoli, ma non per il trotto. Chiarito l’equivoco, ci ridemmo di cuore; non ne fu divertito, invece, il mio aiutante di bandiera che era impazzito nel non trovare questo nome negli annuari 


“Di piccola statura, Ugo Bottoni sprizzava energia e aveva la capacità di fonderla con le energie del cavallo, che quasi sempre portava al traguardo nel gruppo di testa. Ma di lui si notavano in particolare gli occhi: intelligenti, luminosi, buoni 


“Chi conosce solo superficialmente l’ambiente delle corse, lo dipinge a tinte fosche o almeno dubbie. Ma non è giusto siffatto giudizio, e tanto meno è giusto generalizzarlo. 
Non so in quali altri ambienti sia facile trovare uomini integri e laboriosi cone l’indimenticabile ammiraglio, che starà ora correndo da par suo i derby dell’eternità.” 


28/09/2007 | Storia 


 
 
Sergio Brighenti 2 gennaio 2001 


 
Undici anni senza il Pilota Brighenti non si dimentica Sergio mi diceva spesso «Prima di morire voglio attaccare al sulky anche un leone». 

Io un po' sorridevo e un po' ci credevo, perché lui era davvero capace di tutto. La piccola foto-ricordo la ritaglia Anselmo Fontanesi, che accanto al Pilota ha vissuto un' intera stagione della sua vita professionale per tanti versi scintillante: 23 anni in scuderia gomito a gomito dalla mattina alla sera, da quando Brighenti andò a riprenderselo a Napoli dove Fontanesi, senza più licenza, quasi era fuggito. 

«Si può dire che a quel tempo dormissi nei box. Ma non solo per questo io devo tanto a Sergio con il quale credo di essere stato un amico fedele sino all' ultimo, sino a 11 anni fa quando ci ha lasciati. Di lui potrai dire tutto, ma non che non fosse davvero migliore. Il più grande sul piano dell' allenamento, il più prodigo nella tattica di corsa, il più incredibile "costruttore " di cavalli: quelli che gli altri avevano scartato. 

Ricordo che gli diedero Oriolo, un sauro inguardabile che andava da 1.27 senza finire un percorso. Lui lo fece diventare Oriolo, quello che sta negli albi d' oro di metà delle nostre grandi corse, quello che in razza ha lasciato il segno. 
Il segno suo e di Brighenti». Undici anni senza il Pilota, senza la sua unicità, senza un trotto ancora pieno di fermenti e di speranze. E ripercorrere quel tragitto, confrontandolo fatalmente con la realtà dell' oggi, è un esercizio doveroso e in parte anche doloroso. Non che oggi ci sia il vuoto, ma certo troppo è cambiato, si è trasformato e si è appassito. 
Sergio Brighenti era e resta l' uomo nuovo di uno sport intero. Dalle sue mani ci attendeva sempre l' incancellabile che spesso arrivava, dalle sue mani la tribuna pretendeva l' emozione forte. L' impresa. E i suoi 57 gran premi uniti a 5.150 vittorie, in un' epoca in cui si correva la metà di oggi e sulla metà delle piste, dicono già molto di lui, ma non proprio tutto. 

E allora, senza troppo soffrire di reducismo malgrado gli anni assommatisi agli anni, occorre scavare. E due sere fa Fontanesi ci ha detto ancora: «Fare paragoni non è possibile. Più passa il tempo, più me ne rendo conto. 

Lui, oltre a tutto il resto, era un innovatore. Pensate solo al fatto che inventò la barra correttiva divenuta adesso di uso comune e che tanti cavalli ha salvato sul piano agonistico. E poi le imboccature e la selezioni di finimenti. Un professionista così io, che ho 73 anni, non lo incontro più di sicuro, ma anche gli altri, tanto più giovani di me, faranno fatica, una gran fatica. E di com' era Sergio non si è mai parlato abbastanza». Certo, guardando le tribune d' oggi che si vanno svuotando anno dopo anno si finisce per credere che gli «orfani» della stagione di Brighenti non siano tanto pochi e a loro va comunque il rispetto di chi sa ricordare una «marca» che non va mai fuori corso. 

Cepparulo Sandro 

 
 
IL TROTTO italiano piange uno dei suoi "grandi". William Casoli si è spento a Milano all'età di 85 anni. Era nato a Castelnuovo di Sotto in provincia di Reggio Emilia come "il pilota" Sergio Brighenti. I due erano legati a Walter Baroncini da profonda amicizia, nel lavoro come nella vita privata, tanto da diventare la "BBC del trotto" nell'immediato dopoguerra, quando spadroneggiavano non solo a San Siro. 
Casoli aveva avuto come maestri uomini del calibro di Alessandro Finn e Vincenzo Antonellini. Dal primo aveva imparato l'uso quasi maniacale del cronometro, in allenamento e in corsa; dal secondo la difficilissima arte di allenare. Era soprannominato "la marmotta" per le sue tattiche in apparenza troppo sonnacchiose ma soprattutto "il professore" perché nessuno come lui sapeva portare un cavallo al massimo del rendimento nel giorno stabilito. Un esempio per tutti. Fu Casoli a preparare a San Siro Dart Hanover per il Prix d'Amérique a Parigi nel 1973 che il campione svedese (americano di nascita) vinse puntualmente con la guida di Berndt Lindstedt. 
Si era ritirato con 3.897 vittorie in carriera, delle quali 175 in grandi premi tra cui 5 Derby, 7 GP Europa, 7 GP Nazionale,6 GP Triossi, 6 GP Mangelli. Il suo nome è legato soprattutto alla Scuderia Orsi Mangelli di cui è stato allenatore-guidatore per 32 anni ma anche alla Scuderia Capricorno che ebbe il Lemon Dra il cavallo-simbolo 
 
 
Uno dei più importanti uomini, fra quelli che hanno maggiormente contribuito a costruire il trotto italiano moderno negli anni 70, 80 e 90, Vittorio Guzzinati, ferrarese di nascita, ci ha lasciati a 75 anni, dopo lunga malattia. Definito il Toscanini dell’ippica per il suo preciso stile in corsa, il fratello minore di Giuseppe Guzzinati fu per 12 anni allievo del russo Alessandro Finn, leggenda del trotto, che gli ha trasmesso l’intelligenza nella strategia di corsa, la conoscenza nel training dei cavalli e l’arte delle ferrature, bagaglio indispensabile per poi divenire il guidatore delle migliori scuderie italiane, dall’Assia alla Reda, da Orsi Mangelli alla Gianita Frar, da Massimo Bianchi alla Rebbran, tanto per citarne alcune. 

Vittorio conseguì 5 affermazioni nella classifica assoluta driver negli anni d’oro, 1975, 1979, 1980, 1982 e 1985 ed in carriera s’impose in una settantina di Grandi Premi, fra cui 4 Nastri Azzurri, con Uranio, Atmos, Dai Pra e Profumo OM. Ottima la collaborazione col fratello Giuseppe, priva di gelosie ed invidie. La vittoria dell’uno, rappresentava la gioia e la soddisfazione dell’altro. Uomo di poche, ma fondamentali parole nel lavoro, nella vita mostrava una sensibilità eccezionale. In Toscana si fece ammirare e stimare per 8 vittorie classiche fra Firenze e Montecatini: nell’Etruria con Zaid e Fenech Om, nel Cupolone con Fenech OM, nel Dante Alighieri e nel Firenze con Ceox, infine con lo yankee Incredibile DJ nel Duomo, nel Ponte Vecchio e nel Città di Montecatini. I suoi funerali si svolgeranno Mercoledì 24 nella chiesa di San Giovanni Battista a Settimo Milanese. 
 
 
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